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Santuario del Pilastrello

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Il 7 settembre 1578 il consiglio di Lendinara sottoscrisse un atto di investitura del pio luogo alla congregazione olivetana che prese effettivo possesso l'8 settembre festività della Natività di Maria, la solennità maggiore dei Padri benedettini che sono consacrati a Maria Bambina. I primi monaci furono: don Modesto, don Agostino e don Cornelio e come superiore don Teofilo Malmignati che si era impegnato a sostenere la candidatura dell'Ordine presso la municipalità. Don Teofilo provvide ad abbellire la chiesa e ad iniziare i lavori del monastero per garantire ai monaci una dimora idonea. I lavori continuati sotto don Raffaello da Ferrara furono ultimati da don Barnaba Riccoboni.

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    Don Barnaba fu priore nel 1582 e poi nel 1602 - 1603. Di famiglia nobile rodigina, uomo colto, teologo e filosofo raffinato, cultore di matematica, uomo di ingegno acuto. Ottenne diversi incarichi all'interno dell'ordine Olivetano: fu Visitatore del Dominio Veneto, Procuratore Generale dell'Ordine e tra i candidati a superiore Generale. A Lendinara, oltre al monastero, completò la chiesa. Scrisse la prima storia della Madonna del Pilastrello e del Santuario nel libro Miracoli della Madonna di Lendinara nella Gloriosa sua Immaginestampata nel 1584. In appendice a questa pubblicazione, si trova l'approvazione ecclesiastica, la conferma del regolare processo canonico relativo alla veridicità dei miracoli e una particolare approvazione del Vicario Generale del Vescovo che invoca la Madonna come «un Tesoro nascosto che si è aperto ai Lendinaresi». Alla sua morte don Barnaba fu considerato «decoro degli abati».

    Le fonti d'archivio sono essenziali e succinte per i successori che svolsero la carica di priori dal 1585 all'inizio del '600.

    Durante il XVII secolo principalmente due abati incarnarono, in modo esemplare, l'importanza di azione dell'ordine benedettino poiché seppero conciliare una preparazione culturale raffinata, una spiritualità sentita e un vivo interessamento per il santuario: don Michele Cattaneo e don Bartolomeo Arquà.

    Il primo fu nominato abate a soli 24 anni. Esperto conoscitore delle discipline letterarie, filosofiche, nonché teologiche e scientifiche, divenne superiore a Lendinara, sua terra natale, diverse volte e per complessivi 28 anni. Rimase uno spirito schivo, umile benché i successi come fecondo oratore, scrittore apprezzato e socio di diverse e importanti accademie italiane e polesane, fossero molteplici. Rinunciò ripetutamente alle cariche ecclesiastiche preferendo seguire la sua vocazione di monaco che nella preghiera, nella meditazione, nella confessione esprime il suo servizio. Fu esempio di dottrina, di virtù cristiane e di condotta irreprensibile.

    Il lendinarese don Bartolomeo Arquà resse il santuario per 25 anni coadiuvato da ben 8 monaci. Fu letterato e poeta. Svolse l'incarico di Visitatore apostolico, prima nella provincia monastica della Repubblica Veneta e poi Lombarda. Rinnovò il santuario con navate e cappelle e lo adornò con quadri del Mosca e del Celesti. Organizzò, insieme ai quattro deputati del Comune, la solenne incoronazione della Madonna del Pilastrello avvenuta il 25 settembre 1695 come pubblico esaudimento di un voto fatto dalla comunità lendinarese nell'anno della peste (1630) alla presenza del vescovo di Adria-Rovigo mons. Carlo Labia.

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    Don Taddeo Cattaneo, superiore dal 1705 al 1709, divenne dottore in filosofia, diritto canonico, teologia e anche matematica, grazie a don Giuseppe Vidussi, emerito professore. Si dedicò con passione e disponibilità all'insegnamento. Pubblicò diverse opere con lo pseudonimo di «Solitario» tra le quali si ricorda l'Epitome Cattanea, importante volume a carattere storico. Raccolse nuovi miracoli e grazie della Madonna del Pilastrello. Riformò l'accademia cittadina fondata nel 1617 da Lodovico Cattaneo, dividendola in tre sezioni: Composti dove si discutevano argomenti letterari, morali, teologici: Incomposti eAnimosi. Tenne pubbliche discussioni e fu socio, per meriti culturali, delle principali accademie nazionali. Come monaco fu compositore di musica sacra e abile organista, attivo e fervido predicatore, preparato confessore. Si impegnò a incrementare la devozione mariana introducendo nuovi momenti liturgici di preghiera alla Madonna. Fondò la Confraternita della Beata Vergine del Pilastrello composta di laici che si impegnavano nella preghiera, nella devozione a Maria, nel suffragio dei fratelli defunti. Morì a soli 45 anni avendo incarnato in modo esemplare le virtù dei bianchi monaci.

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    Don Mario Spassalini  per 13 anni superiore del Santuario di Lendinara (terra che aveva dato anche i natali) svolse l'attività di insegnante di teologia a Brescia, Roma, Bologna e di filosofia a Firenze e Lucca. Ebbe l'incarico di Visitatore della Congregazione in un momento in cui i monasteri sotto la Repubblica Veneta risentivano di un forte aggravio fiscale dovute alle spese che la Dominante doveva sostenere per la guerra contro i Turchi. Benché operasse in tempi difficili, cercò di prestare attenzione alle necessità del Santuario. Si ritirò nel 1723 a Lendinara fino alla morte.

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    Don Giacomo Maria Petrobelli  fu abate per 37 anni. Dottore in teologia e filosofia, divenne maestro dei novizi a S. Bartolomeo. Fu un animatore della devozione mariana. Nel 1730 per commemorare il centenario della preservazione dalla peste del territorio lendinarese organizzò, insieme al consiglio lendinarese, 3 giorni di solenni festeggiamenti dal 27 al 29 luglio, Il 28 luglio involontariamente prese fuoco l'addobbo del palco dove era collocata l'immagine della Madonna che fu salvata per il provvido intervento di Lorenzo de Matti ma il fatto fu considerato miracoloso perché la Madonna e il Bambino non riportarono nessun danno. Questo miracolo, per volontà dell'abate, fu ricordato nella tela di Francesco Mosca.
 
L'abbellimento del Santuario continuò con il pittore Angelo Trevisani che descrisse i prodigi della Madonna. Don Petrobelli fece restaurare la cupola e la lanterna della cappella della Madonna e anche l'altare della Madonna. Su disegno del perito pubblico Bartolo Albori fece costruire il campanile alto oltre 50 metri sopra le mura della chiesa, opera dell'architetto Francesco Santini. Rinnovò anche una parte del monastero. Lendinara non fu molto colpita dalla peste bovina (1748) e per questo fatto straordinario dal consiglio cittadino si stabilì, con convalida del vescovo Giovanni Mora, un triduo solenne detto «delle Grazie»da celebrarsi ogni anno nel mese di maggio per ottenere la preservazione da ogni tipo di infortunio e come momento di ringraziamento per i benefici ricevuti dalla Vergine (ancor oggi si celebra a metà maggio). Ristampò I miracoli della Madonna (1749) aggiungendo il prodigio durante la funzione dell'incoronazione e il miracolo della preservazione dell'immagine della Madonna dall'incendio del 28 luglio 1730. Da ricordare è anche il fatto che il santuario fu associato alle Basiliche romane. Fu un abate fervido di opere, colto, esempio di virtù.
 
Don Antonio Maria Griffi, di nobile famiglia lendinarese, ebbe come precettore in teologia e filosofia don Giacomo Maria Petrobelli, personalità di spicco come abate e per cultura presso il monastero di S. Bartolomeo di Rovigo. Fu apprezzato per le sue conoscenze di matematica e divenne socio di numerose e prestigiose accademie. La sua carriera nell'ordine monastico lo portò prima ad essere lettore di teologia, poi vicario e infine abate a Lendinara. Alla sua scuola si educarono gli spiriti più significativi per lo sviluppo culturale del territorio lendinarese, personalità che fecero brillare questa terra anche oltre i suoi confini. Basti pensare ai tre fratelli sacerdoti Baccari (Francesco, Gaetano e Giacomo), a Giovan Battista Conti, a Pietro Brandolese che ricordarono con affetto e riconoscenza il Griffi nelle loro opere.

   Dal Consiglio cittadino l'abate ottenne il rinnovo del voto del 16 maggio, in ricordo del trasporto dell'immagine della Vergine dal capitello al santuario, la celebrazione di una S. Messa e di una processione nella festa di S. Giovanni Battista (24 giugno). Intervenne anche nella Cappella della Madonna per sopperire ai danni che l'umidità aveva creato agli stucchi ed agli ori. Nel 1770 fu eletto Visitatore dell'ordine e, con il decreto della Serenissima del 16 marzo 1771 che stabiliva la fine di "ogni perpetuità" nelle cariche abbaziali, divenne abate di regime di S. Bartolomeo. La sua carriera all'interno dell'ordine monastico fu ricca di soddisfazioni e di incarichi prestigiosi in un momento storico in cui la politica napoleonica a più riprese interveniva drasticamente sulle realtà monastiche e parrocchiali. Fu vicario generale dell'ordine, abate generale, procuratore generale, oratore presso la S. Sede anche con delicati incarichi diplomatici all'estero, e infine procuratore della provincia monastica. La sua vita fu un esemplare dimostrazione di amore verso Dio, la Vergine e i fratelli.
 
A lui successe don Giovanni Battista Loredan a cui toccò l'ingrato compito di ricevere il decreto di soppressione del 19 febbraio 1771. Già dall'ottobre il monastero fu chiuso, i monaci lasciarono Lendinara. L'amministratore provvisorio nominato requisì i registri contabili dell'archivio, le suppellettili e l'argenteria. Le vicende della chiesa e del monastero seguirono strade diverse ma solo nel 1905 i bianchi monaci ritornarono chiamati dalla comunità lendinarese. Don Loredan fu l'ultimo abate di quel secolo a Lendinara e nel pur breve incarico profuse la sua attività nel rinnovare il culto di Maria Bambina esponendo pubblicamente sull'altare di sagrestia una statua in cera che la raffigurava, ricevuta come dono testamentario dal padre Guglienzi.